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“…Max Campanella - drums”. Finiva così l’elenco dei musicisti che partecipavano ad un concerto jazz al “Melo” a Gallarate. Ho ascoltato quella band e Max mi aveva lasciato sbalordito. Era riuscito a trasmettermi un’energia indescrivibile con la sua batteria, aveva suonato con l’anima, si vedeva, riusciva a comunicare con noi del pubblico come se ci stesse raccontando delle storie intrise di Vita …le sue storie. Terminato il concerto non ho potuto fare a meno di complimentarmi con il batterista (diventato poi mio carissimo amico) e di condividere con lui le sensazioni che mi aveva trasmesso. C’era qualcosa a me molto vicino nel suo sound, era il sound del mitico quartetto di John Coltrane che ascoltavo e continuo ad ascoltare in ogni momento possibile; ed inevitabilmente siamo arrivati a parlare di Elvin Jones (appunto il batterista di Coltrane per sei anni)!


La grinta e l’energia di Elvin alla batteria

Era nato per suonare la batteria, Elvin; soleva dire: “Suonare non è qualcosa che faccio di notte, è la mia funzione nella vita”. Ultimo di dieci fratelli, nacque a Pontiac, Michigan, il 9 settembre 1927; in effetti anche la famiglia lo aveva incoraggiato molto ad imparare a suonare e così il piccolo Elvin già a tredici anni trascorreva dalle otto alle dieci ore al giorno ad esercitarsi alla batteria. Nel ’46 si arruolò nell’Esercito Americano e nel ’52 ottenne il suo primo lavoro come batterista a Detroit. Certo, come tutti, anche il giovane Jones ha dovuto fare la sua bella gavetta, fatta di successi ed insuccessi; come ad esempio la rovinosa audizione che tenne nel ’55 a New York per Benny Goodman (il quale non se la sentì proprio di dargli un lavoro). Meglio andò col bassista Charles Mingus che lo prese a lavorare nella sua band; poi il lavoro con Bud Powell e con tanti altri nomi di rilievo del jazz di quegli anni. Finalmente nel ’60 l’incontro con Coltrane con cui avrebbe lavorato per ben sei anni regalando, al mondo intero, momenti di indescrivibile “potenza” musicale.
Anche per Elvin Jones non mancarono le esperienze con gli stupefacenti; fu proprio nel 1960 che fu arrestato per possesso di eroina, e nel ’63 fece il “bis” sempre per lo stesso motivo; fortunatamente oggi il jazz sembra aver perso quest’etichetta che l’ha accompagnato, a ragion veduta, per diversi anni, di musica non proprio “pulita”. Così, dopo aver lasciato il quartetto di Coltrane, Elvin continuò a suonare con musicisti filo-coltraniani e fondò come leader la “Elvin Jones Jazz Machine” portando il suo sound in giro per il mondo; sempre nel ’66 il vulcanico batterista sposò la giapponese Keiko, divenuta oltre che sua inseparabile compagna, sua ineccepibile manager.
Rimarrà memorabile l’apparizione di Jones nel 1999 al “Ford Detroit International Jazz Festival”!
Era un tornado, un istintivo, uno che suonava ciò che sentiva dentro! Personaggio di grandissima umiltà ed onestà, dalla vita non aveva ottenuto nulla che non avesse guadagnato col sudore. Suonava con un trasporto immenso; da alcuni suoi video, ma anche dalle foto, si vede con quanta passione riusciva ad esprimersi alla batteria. Sembrava essere capace di mandare tutti in delirio con quella sua velocità e cambi di ritmi, la batteria era quasi compressa e pronta ad esplodere quando prendeva vita dalle bacchette di Elvin.
Di questo parliamo molto spesso con il mio amico Max; di quanta energia ed anima Elvin usasse una volta seduto alla batteria; di quanto Max stesso fosse rimasto sbalordito nel vederlo esibirsi dal vivo. Finché un giorno, verso fine maggio scorso, Max quasi con le lacrime agli occhi, mi aveva detto con un fare molto diretto “Sai che il 18 è morto Elvin Jones?”. Si era spento ad Englewood, New Jersey, per arresto cardiaco all’età di settantasei anni.
Non è un caso che John Coltrane, McCoy Tyner, Jimmy Garrison ed Elvin Jones avessero suonato insieme per sei lunghi anni! Tutti avevano in comune qualcosa che andava oltre, come una marcia in più; riuscivano a parlare con gli strumenti, raccontavano storie, e magari la stessa storia veniva narrata in maniera sempre diversa in base allo stato d’animo di ogni singolo musicista.
E’ tutto questo che secondo me rende grande un artista: saper tirar fuori la propria anima senza costruzioni od obiettivi commerciali. Ho raccontato, cari amici, la storia di Elvin Jones, questo strepitoso batterista nero, ma ho fatto anche riferimento a Max Campanella, e c’è un motivo; per me Max, per le ragioni che ho esposto prima, è un grande artista. Non sono un esperto di musica e non mi permetterei mai di esprimere un giudizio, sono un semplice appassionato di jazz; apprezzo Max perché suona con l’anima, tira fuori quello che sente dentro; suona e racconta la sua storia.
Elvin Jones di storie belle ne ha raccontate davvero tante!!!
Spero che Elvin mi stia guardando da lassù, mentre sto scrivendo ed ascolto la sua musica!