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Era giovedì 19 agosto verso le tre del pomeriggio e Marco Galiazzo batteva l’americano Wunderle entrando nella semifinale dei giochi olimpici, quando spensi il televisore e andai al campo d’allenamento a tirare, anch’io, con l’arco. Mi sembrava di sentire che Marco stava per compiere un’impresa. Poi, un paio d’ore dopo, mentre litigavo con le mie frecce, che proprio di entrare nel centro non ne volevano sapere, una telefonata inattesa mi avvertiva di quell’oro giunto da Atene. L’impresa era stata compiuta: finalmente anche il tiro con l’arco italiano, dopo record europei, mondiali ed olimpici, dopo titoli continentali e mondiali, dopo vittorie che ancora adesso hanno dell’incredibile, ha raggiunto quell’alloro a cinque cerchi che mancava. Fino a qui la gioia, inevitabile, di italiano e di arciere, ma qualche dubbio si stava insinuando nella mia mente freccia dopo freccia, proseguendo gli allenamenti e tirando, non so come, decisamente meglio.


Marco Galiazzo - Medaglia d'oro nel tiro con l'arco

Tra me e Marco, o tra me e Michele (Frangilli) e Ilario (Di Buò), gli altri arcieri italiani ad Atene, non c’è alcuna differenza (a parte il fatto che loro tirano meglio…) poiché loro come me sono tiratori “dilettanti”. Con questa parola non voglio dire che non siano dei grandi arcieri, ma che essi tirano per passione, per hobby se mi concedete l’espressione, ritagliandosi il tempo tra lo studio (Marco), tra il lavoro in un negozio (Michele), o tra l’ufficio (Ilario). Nell’epoca delle Olimpiadi Moderne il tiro con l’arco è rimasto l’ultimo sport dilettantistico, almeno in Italia, ma, ironia della sorte, a differenza di sport più altisonanti (i cui adepti vengono pagati milioni di euro) non ha mai tradito le aspettative portando alla nostra Nazione medaglie e quegli ultimi record mondiali tricolore che ancora resistono. A parte queste considerazioni, che sanno tanto di campanilismo sportivo se fatte da chi, come me, vive tra archi e frecce praticamente da sempre, mi chiedo quanti dei non addetti ai lavori sappiano tutto ciò. Quando la mia allenatrice andò ad insegnare il tiro con l’arco in un villaggio turistico tutti sgranarono gli occhi scoprendo che lei non fa il tecnico di professione, che lavora in un’industria tessile e che tira con l’arco alla domenica invece di andare allo stadio. Nessuno ha colpa di quest’ignoranza generale: la modernità è stata segnata dal professionismo e difficilmente si potrebbe pensare che uno sport olimpico possa essere praticato a tempo perso, anche se questa è una incoerenza tutta italiana poiché al di là dell’oceano, in America e in Corea del Sud giusto per citare due delle scuole arcieristiche più titolate, i tiratori con l’arco sono dei professionismi a tutti gli effetti.
È tuttavia innegabile che il passaggio al professionismo ha comportato alcune positive (l’abbassamento costante dei primati mondiali e la maggiore risonanza data ai Giochi dalla presenza di personaggi famosi), ma anche altre negative (il sempre maggior ricorso al doping per raggiungere record sempre più stratosferici, gli interessi politici che a volte superano quelli sportivi come a Mosca 1980 o a Los Angeles 1984, gli interessi economici che vedono gli sponsor avere un potere dato dal denaro che non si confà alla più alta espressione sportiva…). Queste Olimpiadi ci lasciano comunque un messaggio incoraggiante nel vedere Marco Galiazzo che sale sul podio con i suoi 180 centimetri per 90 chili, i bermuda sotto il ginocchio e il cappellino da pescatore, gli occhialini e il pizzetto, con quell’aria di chi sembra quasi lì per caso, con quell’eroismo coltivato in modo pacioso e sorridente: in un’epoca di veline e fenomeni mediatici che brillano di una grandezza che, al di là del corpo, il più delle volte svanisce, applaudire questo oro azzurro significa chinarsi ad un talento espresso e vissuto nella normalità.