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Mentre scrivo,
i reporter francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot sono ancora
nelle mani dei terroristi, i quali sono oramai campioni designati
dello sport mediatico del momento: l’omicidio sistematico, meglio
se per decapitazione. Com’è noto, i rapitori hanno chiesto
che il governo francese, in cambio della scarcerazione dei giornalisti,
abroghi la così detta “legge sul velo”: la norma
preparata dalla commissione Stasi-Debray che vieta l’ostentazione
di simboli religiosi appariscenti nelle scuole.
Com’era ovvio e doveroso, oltralpe nessuno ha pensato di accettare
le richieste e la legge è entrata regolarmente in vigore. Altrettanto
regolarmente sono rifioriti dibattiti e dubbi che fin dall’inizio
accompagnano questa norma; chi, in Italia, accetterebbe un provvedimento
del genere? Eppure in Francia gode di un accordo trasversale: è
stata la sinistra a volerla, è la destra ad applicarla. Come
i nostri vicini la ritengono compatibile con il loro liberalismo?
Bisogna premettere che la Francia è, secondo la definizione
del filosofo americano, di area liberal, Michael Walzer, contemporaneamente
uno stato nazionale e una società d’immigrati. È
“stato nazionale” perché vi è un gruppo
etnicamente omogeneo che organizza, secondo i propri costumi e la
propria indole, la vita pubblica: ad esempio scuola, politica, giustizia.
Questo gruppo dominante si riconosce in valori comuni, che sono alla
base dello stato stesso e che è necessario accettare per poter
entrare nella comunità. Ma è anche una “società
d’immigrati” perché, dopo la fine dell’impero
coloniale, le minoranze etniche che, come in ogni stato nazionale,
vivono attorno al gruppo dominante, si sono ingrossate a dismisura;
è il caso della minoranza ebraica e soprattutto di quella musulmana,
ormai arrivata al 10% della popolazione. La minoranza islamica vuole
mantenere evidenti i propri tratti culturali caratteristici, e per
questo accetta a fatica la “francesizzazione”. Il problema
che la “legge sul velo” affronta è quindi particolarmente
serio: quale strada prediligere per permettere a sei milioni di musulmani
di vivere, integrati nella società, in Francia. Per la soluzione,
la classe politica d’oltralpe ha pescato dai peggiori retaggi
della Rivoluzione. Esasperando e travisando concetti illuministici
come nazione e ragione, la Francia rivoluzionaria operò una
separazione tra Stato e Chiesa violenta e persecutoria. Il patrimonio
del clero venne espropriato e nazionalizzato, nelle parrocchie, durante
le funzioni religiose, vigeva l’obbligo di leggere le deliberazioni
dell’Assemblea Costituente, che quindi era la nuova fonte della
Parola. Come accadde ai professori sotto il fascismo, i preti avevano
l’obbligo di un giuramento di fedeltà allo Stato: in
caso di rifiuto venivano esiliati dalla Repubblica e potevano subire
persecuzioni fisiche. Al culto cristiano di Dio si sostituì
quello repubblicano, altrettanto totalizzante, dello Stato. È
questo ciò che i Francesi ci spacciano per laicismo liberale:
una subdola forma illiberale di fanatismo anti-religioso. È
a questo sedicente laicismo che i politici francesi si sono ispirati
per confezionare quella norma.
Guarda che roba! Siccome sono convinto che col terrorismo non si debba
mai scendere a patti, per colpa degli assassini sgozzatori sono costretto
a sperare che quella norma ora non venga toccata.