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“I due volti del novecento”
Da un lato è il secolo di grandi conquiste civili, economiche, sociali, scientifiche, tecniche; dall’altro è secolo di grandi tragedie storiche. Rifletti su tale ambivalenza del ventesimo secolo, illustrandone i fatti più significativi.

Il Novecento ebbe più di due volti perché i suoi principali eventi hanno diverse chiavi di lettura che rendono impossibile collocarli, in modo netto, nella categoria dei fatti “positivi” o “negativi”.
Ad esempio, il secolo iniziò quando l’Europa viveva una fase di grande sviluppo, che durava ormai da quasi un secolo. Lo storico inglese John Keegan, nella prefazione della sua “storia” del secondo conflitto mondiale, ha sottolineato l’impressionante crescita demografica del continente verificatasi alla fine dell’epoca napoleonica. Nel 1800 la Germania aveva 24 milioni d’abitanti, nel 1900 57 milioni, la Gran Bretagna 16 e poi 42 milioni, l’Italia passò da 19 a 29 (con una crescita tra le più modeste). Già questo aspetto rilevante presenta più di un volto: uno positivo, perché dimostra come l’Europa fosse uscita dall’era dei “flussi demografici”, per cui ad un innalzamento repentino della popolazione faceva seguito un calo dovuto a carestie e malattie. Il continente produceva beni e forniva una medicina in grado di moltiplicare i suoi abitanti. Ma è un dato che presenta un risvolto negativo: al motto di “ogni cittadini un soldato”, enormi eserciti andavano costituendosi; e l’abbondanza di “carne da cannone” indusse i generali a perseguire tattiche logoranti e sanguinose, specie durante il primo conflitto, che provocò 10 milioni di vittime, quasi tutte soldati.
Questo diffuso benessere era determinato dall’industrializzazione e dallo sviluppo tecnologico. Gli apparati produttivi, sia industriali che agricoli, fornivano merci per sostentare questa crescente massa di uomini, e per alimentare un mercato internazionale che garantiva ricchezza agli stati. Ma l’industrializzazione, unita alla tecnologia, forniva armamenti nuovi, di cui non si comprendevano appieno le potenzialità. Un fante della Grande Armata napoleonica era armato con un moschetto con una gittata massima di 150 metri, me che era realmente letale solo ai 50 metri. In un secolo la gittata era all’incirca decuplicata, e con essa era cresciuta enormemente la forza di penetrazione, erano state introdotte le mitragliatrici e i progressi dell’artiglieria erano, se possibile, ancora più sorprendenti.
L’industrializzazione aveva portato con sé anche una nuova dottrina filosofico-politica, che Montanelli, con buone ragioni, considerava il filo conduttore del Novecento: il marxismo. All’inizio del secolo, paesi come l’Inghilterra e Francia, esempi di stati liberali e “borghesi” che Marx voleva sovvertire, avevano ormai imboccato la strada della “conciliazione”: le istanze socialiste non venivano più affrontate di petto, in una sorta di muro contro muro. Lo stato liberale aveva capito come integrare quelle richieste evitando moti rivoluzionari. I sindacati si stavano sviluppando in grandezza e influenza, i partiti socialisti aumentavano le loro compagini parlamentari, i giornali “rossi” contribuivano alla crescita della stampa che, i tutti i paesi sviluppati, raggiunse livelli enormi di tiratura: Francia, Inghilterra e Germania erano sopra i 20 milioni di copie al giorno.
La prima guerra mondiale sconvolse questo equilibrio. La Russia smentì clamorosamente le previsioni di Marx: il comunismo si instaurò in un paese scarsamente industrializzato e quasi privo di borghesia. I bolscevichi, un gruppo largamente minoritario nel paese, non dovettero affrontare e sovvertire nessun capitalismo, visto che di capitalismo in Russia non c’era ombra: poterono arrivare al potere sfruttando l’arretratezza dell’impero czarista, privo di quella classe media considerata nemica del proletariato. La rivoluzione russa comportò la nascita di una “nuova via” per affrontare il problema marxista; i paesi sconfitti, e i vincitori “deboli” come l’Italia, dovettero affrontare lo spirito emulativo dei propri socialisti. Forze nazionaliste, indignate dall’esito della guerra e preoccupate dall’ondata rossa, si coagularono in nuovi movimenti, definiti di destra solo perché si contrapponevano decisamente al marxismo. A ben guardare, le istanze sociali ed economiche non erano molto diverse da quelle dei rossi. È questa la vecchia teoria di Ernst Nolte, il quale sosteneva che fascismo e nazismo avessero la loro origine prima nella reazione al marxismo; proprio per questa teoria, Nolte si prese l’infamante bolla di eresiarca “revisionista”. Questa teoria ci aiuta a comprendere meglio l’idea di Montanelli; i vari volti del Novecento sarebbero in realtà legati da un grande filo conduttore: il marxismo, alla ricerca perpetua di spazi e occasioni in cui sperimentare applicazioni pratiche alle teorie del Filosofo. A questi tentativi fanno seguito molte risposte diverse: lo scontro tra i tentativi socialisti e le diverse contromosse avrebbe dato vita alle differenti fasi (i nostri “volti”) del secolo in questione. Paradossalmente, la fase indubbiamente più tragica del secolo si verificò quando fu necessario trovare una risposta non al comunismo, bensì al nazismo, che nel suo DNA aveva diversi elementi oltre a quello indicato da Nolte. Si trattava di elementi già presenti in Europa, al pari del marxismo, nel XIX: ecco perché ritengo che lo studio del Novecento sia incomprensibile senza abbinarlo a quello dell’Ottocento. Il nazismo poggiava sul nazionalismo tedesco, originatosi durante le scorribande napoleoniche a est del Reno; a questo si aggiunga l’antisemitismo, sentimento europeo di origine lontanissima, cui Hitler diede una forma “scientifica”, riprendendo e approfondendo delle teorie ottocentesche sul mito e la superiorità della razza ariana: si pensi ad esempio al testo “I fondamenti del XIX secolo” di Houston Stewart Chamberlain, studioso di origine inglese.
Il bipolarismo globale del dopoguerra fu una nuova fase, quella definitiva, di questo scontro secolare. Il marxismo cadde perché trovò un avversario flessibile, privo di un dogma e proprio per questo pronto ad affrontare i propri limiti utilizzando ogni soluzione, talvolta anche quelle del nemico. Il marxismo cadde perché volle rimanere tale, nonostante molti suoi difetti fossero palesi già alle origini.