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E. Montale, Casa sul mare

ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l'anima che non sa più dare un grido.
Ora I minuti sono eguali e fissi
come I giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d'acqua che rimbomba.
Un altro, altr'acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l'isole dell'aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell'ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s'appressa
l'ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s'infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l'avara mia speranza.
A' nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m'ode
salpa già forse per l'eterno.

ANALISI DEL TESTO

Il componimento si apre con un’immagine assai concreta, precisa, prosastica: la pompa idraulica che, meccanicamente, preleva l’acqua dal pozzo. Il ritmo monotono della pompa richiama alla mente del poeta lo scorrere del tempo, uniforme e sempre uguale a se stesso.
Poi l’attenzione si sposta sul paesaggio circostante: il mare coi suoi assidui e lenti flussi, il vento che sfiora appena la superficie dell’acqua, l’orizzonte nebbioso e denso di nuvole.
Il poeta, dunque, si rivolge alla persona che gli sta accanto, invitandola a cercare salvezza dalla “prigionia” del tempo, attraverso una via che porti all’infinito, che sia in grado di liberare il destino dell’uomo dall’ombra nera e inesorabile della necessità.
Il viaggio del poeta termina, invece, sulla riva: egli non ha più la forza di proseguire, di tuffarsi nel blu indistinto dei flussi. E’ quindi inevitabile la separazione dalla donna amata, la quale, armata di sola speranza, si prepara ad affrontare il mare, con le sue infinite prospettive, in cerca d’eternità.

Dalla lirica emerge forte il senso di inquietudine, spaesamento ed inettitudine che dilania l’anima del poeta, al punto che essa non sa più dare un grido: il tempo è inesorabile, pesante, scandito da ritmi ingovernabili, che incanalano la nostra esistenza in un ordine fatto di orari, appuntamenti, scadenze, le quali conducono necessariamente alla fine. Nulla resta, fuorché la dimensione del tempo stesso. Ed anche se la memoria può rappresentare un tiepido conforto alla consapevole finitezza di ogni cosa, in realtà è vano tentare di aggrapparvisi, poiché s’annebbia facilmente, sbiadisce i ricordi, insomma subisce anch’essa le ingiurie del tempo (…così tutto vanisce/ in questa poca nebbia di memoria).
Nell’ampio scenario, l’immagine della pompa idraulica assume una connotazione quasi sinistra, e ben si presta a simboleggiare la fissità, la stagnante immobilità del tempo, che avviluppa ogni vita in una rete opprimente, assegnando ad ogni cosa un principio ed una fine.
Immerso in questa cupa atmosfera l’individuo non ha che una vaga alternativa: il viaggio che conduca al superamento della dimensione spazio-temporale, al sovvertimento del disegno prestabilito. Il viaggio come antidoto all’immobilità del tempo.
Sebbene la speranza di salvezza sia infinitamente debole, fugace come la schiuma delle onde, essa è indissolubilmente legata al mare, l’elemento dominante del paesaggio: infatti, mentre la terra ferma è il luogo della privazione, dell’esilio, della solitudine, dove ogni possibilità di instaurare un rapporto organico con il cosmo è negata, il mare rappresenta la beatitudine panica e naturale, dove il ricongiungimento con la natura è ancora possibile, almeno per i pochi fortunati, poiché per i più non v’è salvezza alcuna.
Dopo quanto premesso, appare chiaro come i destini della donna amata e del poeta saranno diversi ed opposti: la prima salperà per mare, lasciando il secondo solo sulla riva, ad accompagnarla con lo sguardo e con l’avara speranza; forse, si dice, ella riuscirà ad aprirsi un varco, a trovare una via di fuga. Il poeta, al contrario, si arresterà sulla sponda, non proseguendo il viaggio: sceglierà, stoicamente, la terraferma, sede del sacrificio ma anche dei rapporti sociali, e si accontenterà di fugaci apparizioni, epifanie, smemoramenti e brevi miracoli (l’odore dei limoni o il vortice inebriante del mare); resterà nella propria casa sul mare, che è il punto di osservazione privilegiato da cui traggono origine le proprie riflessioni, e da cui il paesaggio circostante viene descritto.

Questo componimento si armonizza perfettamente con la raccolta cui appartiene, la prima e più nota di Montale, intitolata Ossi di seppia (1925). Tale titolo è assai emblematico e rimanda a quelle minuscole particelle marine capaci di galleggiare felicemente nell’acqua, ma destinate ad essere sempre alla mercé delle onde e, una volta abbandonate sulla spiaggia ridotte ad inutili relitti. Questa è la condizione sofferta dal giovane Montale, che così facendo prende una netta distanza dal mito dannunziano della forza, della virilità e dell’eroismo panico.
Ma gli Ossi di seppia sono anche un “romanzo di formazione”, che condurrà il poeta al superamento del sentimento d’incantato, proprio dell’infanzia, dinnanzi alla natura, unito al desiderio ardente di farne pienamente parte, verso l’accettazione della vita come disincantata sofferenza (Spesso il male di viver ho incontrato…), e negazione (Non chiederci la parola che squadri da ogni lato/ l’animo nostro informe…), ma consapevole, d’altro canto, del compito moralmente e socialmente elevato spettante al poeta nonché all’individuo nella società.