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AVVERTENZA
Nella loro vita,
i protagonisti di oggi, realizzarono il sogno di ogni generale: la
loro carriera fu un crescendo di vittorie, un seguito ininterrotto
che consentì loro di ritirarsi dalla guerra per scelta propria
e non per una sconfitta. I due fortunati signori sono Cesare e Wellington.
Entrambi cercarono di dedicarsi alla politica, terminata la carriera
militare. Lo fecero con modi e intenti completamente diversi, e nei
loro concittadini suscitarono reazioni diametralmente opposte. Ma
anche in questo campo i risultati furono simili: erano decisamente
meglio al comando delle truppe.
Wellington, che considerava il rispetto per l’Inghilterra quasi
superiore a quello per se stesso, mise la sua fama al servizio dello
Stato, fino alla vecchiaia. Cesare, invece, considerava valido e interessante
solo il servizio per se stesso: fu per questa ragione che alla vecchiaia
non arrivò.
La diversità dell’indole rende affascinante il confronto.
CESARE
Silla fu un dittatore
decisamente spietato, ma dotato di un gran fiuto per gli uomini: quando
i suoi gerarchi lo supplicarono di risparmiare dall’uccisione
un lontano e giovane parente di Mario, che si era rifiutato di eseguire
una disposizione matrimoniale del Capo, Silla acconsentì. Ma
li ammonì: “Ve ne pentirete: in quel ragazzo ci sono
cento Marii.” Si sbagliava solo sul numero: in Caio Giulio Cesare
di Marii ce n’erano almeno un migliaio.
Era venuto al mondo nel 100, o forse nel 102: purtroppo le incertezze
e le lacune d’informazione sono una costante dell’infanzia
del più famoso tra i Romani. Questo dipende dalla condizione
della sua famiglia. La gens Iulia era di nobile origine: si attribuiva
addirittura Venere tra i propri capostipiti; ma, quando nacque Cesare,
i Giulii navigavano in cattive acque: il futuro dittatore crebbe nella
Suburra, uno dei quartieri più malfamati di Roma. Ebbe comunque
un’ottima educazione, e ciò lo rese uno straordinario
uomo di mondo, colto, galante e spiritoso. Di certo lo favorirono
le sue doti intellettuali, decisamente sopra la media: d’ogni
situazione sapeva cogliere in fretta i lati a lui più favorevoli,
e li sfruttava con la massima spregiudicatezza. Non ebbe mai ideali,
ma solo l’obiettivo della propria gloria.
Fisicamente era scarsamente dotato: era gracile, con dei lineamenti
spigolosi e una calvizia precoce che lui non riusciva a tollerare:
nell’arte del riporto non ebbe mai rivali. Ma evidentemente
i suoi modi erano così magnetici che, nonostante l’aspetto,
la sua “vita di relazioni” è ancora oggi uno dei
lati più noti del personaggio. E in assoluto il più
noto tra i suoi contemporanei. Non aveva preferenze tra uomini e donne,
ma gli amanti se li sceglieva di rango: il più famoso fu Nicomede,
re di Bitinia. Quando festeggiò il suo trionfo gallico, i soldati
cantavano: “Piegò Cesare la Gallia, Nicomede lui piegò\
ora Cesare trionfa, che la Gallia già piegò\ non trionfa
Nicomede che già Cesare piegò”. Una volta, in
Senato, in un discorso ufficiale, commise l’errore di difendere
Nicomede, ricordandone i benefici ricevuti. Cicerone, la lingua più
pungente e sarcastica dell’Urbe, non poteva lasciarsi sfuggire
l’occasione. Lo interruppe. “lascia stare l’argomento,
ti prego: è ben noto cosa lui ha dato a te e cosa tu a lui”.
Amava la bella vita, ma siccome era costantemente a corto di soldi,
la faceva svuotando le tasche degli altri. A Roma, di Cesare c’erano
quasi più creditori che amanti. Quando fu eletto propretore
in Spagna, i suoi creditori si radunarono in Senato per bloccarne
la partenza: volevano che prima saldasse i debiti. Ovviamente lui
non ne era in grado, ma per sua fortuna era già entrato in
rapporti (no, non di quel genere…) con Crasso, l’uomo
più ricco della Repubblica. Fu lui a chiudere le pendenze,
diventando la banca ufficiale di Cesare: una banca ben strana, visto
che si trattava di prestiti a fondo perduto. Una volta, da ragazzo,
Cesare venne rapito da dei pirati orientali, che chiesero in riscatto
20 talenti (cifra altissima). Lui si offese perché riteneva
di valerne almeno il doppio, poi riuscì a trovare un ingenuotto
che gli prestò 40 talenti, e fu libero. Tornato sulla costa,
allestì una flotta, sconfisse e uccise i pirati, recuperò
i soldi ed evitò accuratamente di restituirli a chi lo aveva
liberato.
Anche la sua carriera politica andava avanti a suon di prestiti: in
quell’epoca in cui le cariche della Repubblica erano diventate
degli appalti da accaparrarsi con pingui bustarelle, Cesare non era
più disonesto degli altri. Era più scaltro e spregiudicato.
Nel 60 organizzò la celebre “lista elettorale”
(il triumvirato) con Pompeo e Crasso: i soldi e il prestigio dei suoi
soci gli avrebbero garantito l’elezione al consolato. Una volta
in carica, lui avrebbe emanato leggi favorevoli ai triunviri, ricevendone
in cambio il proconsolato in Gallia. Lì sperava di raccogliere
quei trionfi militari che avrebbero accresciuto il suo prestigio agli
occhi della “piazza” romana: Cesare aveva infatti scommesso
sul cavallo dei populares, per tentare la scalata al potere.
I suoi progetti si realizzarono pienamente: in Gallia rimase fino
al 52, e in quei lunghi anni si dimostrò uno straordinario
capo militare, con Scipione il migliore della storia romana. Come
uomo politico, però, lasciava molto a desiderare: in Gallia
urtò più volte la sensibilità religiosa celtica,
provocando la rottura di tutte le vecchie alleanze costruite da Roma
nei decenni precedenti; una crisi che sfociò nella grande rivolta
del 52\53: solo le sue doti militari lo salvarono.
Vinta anche la guerra civile, non capì che il Senato, seppur
corrotto e decaduto, rimaneva l’istituzione più venerata
e rispettata dell’Urbe. Lui credeva che l’amore della
“piazza” nei suoi confronti gli consentisse di calpestare
il rango senatorio a suo piacimento. Si sbagliava: le Idi di marzo
furono la reazione alla forma, più che alla sostanza, di una
dittatura ormai inevitabile, vista l’inefficienza raggiunta
dal sistema repubblicano. Fu un omicidio annunciato, anche per Cesare:
in effetti, rileggendo la cronaca di quel celebre giorno, sembra davvero
che l’unica cosa che lo sorprese sia stata la presenza di Bruto.
WELLINGTON
Il suo nome era
Arthur Wellesley, 1^ Duca di Wellington, ma i suoi subalterni lo chiamavano
Iron Duke (il Duca di ferro) per via del suo carattere austero e inflessibile.
I soldati, invece, molto più spiritosi degli ufficiali, lo
chiamavano Vecchio Nasone, per via dell’enorme becco d’aquila
che aveva in mezzo alla faccia.
Era venuto al mondo a Dublino, il primo maggio 1769, lo stesso anno
di “Boney” (cioè Bonaparte), il nemico che gli
diede la fama, anche se si trattò di una fama di riflesso (“colui
che sconfisse Napoleone”). Era figlio di un nobiluccio di secondo
rango, Lord sì, ma mezzo irlandese, e già questo poteva
bastare a squalificare una persona, nel Regno Unito di allora (ma
forse anche in quello odierno). Suo babbo Garret non era particolarmente
ricco, e doveva dividere le sue limitate fortune tra sei figli: per
il giovane Arthur, che non era nemmeno primogenito, le prospettive
non dovevano essere particolarmente rosee.
Studiò a Eton, e poi andò a perfezionarsi in Francia
(ovviamente prima della Rivoluzione), ad Angeres. Entrò nelle
forze armate a 18 anni e, proprio come stava accadendo a Boney, a
27 era già sulla rampa di lancio. Col fratello Richard, uomo
di capacità e carattere, fu infatti mandato in India; due anni
dopo, Richard era il nuovo governatore della più importante
colonia dell’Impero, mentre Arthur era comandante nella campagna
contro la tribù dei Maharatti.
Rimase in India per otto anni, e quella terra fu la sua palestra di
uomo e generale. Bonaparte, suo malgrado, considerava questo genere
di gavetta di scarsissimo profilo. Pensava che i generali “coloniali”
(conosciuti come “generali sepoy”) fossero rozzi e impreparati.
La mattina del 18 giugno 1815, quando la battaglia di Waterloo stava
per cominciare, il maresciallo Soult, che in Spagna aveva subito diverse
sconfitte da Wellington, osò invitare il suo Imperatore alla
prudenza contro quel pericoloso avversario. Ma mettere le redini a
Napoleone era come provare a imbottigliare il mare; la risposta di
Boney fu profetica: “Siccome voi siete stato battuto da Wellington,
lo considerate un buon generale, invece Io vi dico che è un
cattivo generale. Sarà tutto semplice come fare colazione.”
Tutti sanno che razza di colazione ebbe Napoleone quel giorno.
Certo che Wellington, al di là della supponenza di Napoleone
(che cresceva proporzionalmente all’affievolirsi delle sue doti),
non era il tipo che suscitasse molte attenzioni. Era un uomo tranquillo,
che vedeva nella guerra semplicemente il suo dovere di soldato, e
non un mezzo per ottenere gloria e potere. Non era però neanche
un “burocrate” dei campi di battaglia: l’orrore,
visibile ovunque dopo una giornata di combattimenti, lo turbava molto.
A Waterloo stava cavalcando con alcuni ufficiali quando il suo vicino,
lord Uxbridge (comandante della cavalleria), venne colpito da una
cannonata e perse una gamba; la palla sfiorò Wellington, passando
sotto le zampe del suo cavallo. Più che il rischio corso, lo
scosse la sorte toccata ad Uxbridge: lo soccorse e rimase con lui
fino all’arrivo degli infermieri. Anche un altro suo fidato
subalterno fu ferito gravemente, e passò la notte in agonia
prima di morire. Iron Duke gli rimase accanto a lungo, per provare
a incoraggiarlo. Era questa umanità, che compensava un carattere
molto esigente, a renderlo amato dai suoi collaboratori. Wellington
voleva puntualità, precisione, rigore. Quando arrivò
in India, impose un regime ristretto per diminuire i tassi di corruzione
tra gli ufficiali e i funzionari governativi: lontano dalla patria
era facile accumulare ricchezze personali aiutandosi col denaro pubblico.
Lontano dai campi di battaglia sapeva però essere cordiale
e socievole. Amava la vita mondana e vi risultava brillante perché,
da vero gentleman inglese, era dotato di spirito e conosceva perfettamente
le formali regole dell’alta società. All’inizio
della campagna di Waterloo, i Francesi, sorprendendo completamente
i nemici, erano vicini ad occupare un fondamentale bivio. Quella sera,
Wellington (ignaro di tutto) era a Bruxelles, a un ballo della duchessa
di Richmond; stava sorseggiando l’immancabile brandy, quando
un messaggero gli portò la pericolosa notizia. Il duca bolliva
di rabbia ma l’etichetta gli proibiva di esplodere. Dopo qualche
minuto chiese al suo ospite una cartina della zona e, finalmente solo
in uno studio, poté liberarsi: “Per Dio, Napoleone m’ha
ingannato!” Questo fu tutto il suo turpiloquio: era moderato
anche nell’arrabbiatura.
Waterloo segnò la fine della sua carriera militare, forse perché,
dopo una vittoria di quella portata, altri successi gli sarebbero
sembrati insignificanti. Comunque per lui l’età della
pensione non era di certo arrivata: aveva 46 anni, era diventato un
eroe nazionale: ora tutte le strade gli erano aperte. Nei tanti anni
che gli restavano da vivere (morì infatti nel 1852), rivestì
una lunga serie di prestigiosi incarichi, compreso quello di premier
(senza brillare molto). E anche quando ufficialmente era inattivo,
per molti inglesi rappresentava la bocca della verità. Spesso
alti ufficiali dell’esercito gli chiedevano un’opinione
quando dovevano prendere decisioni importanti, e immancabilmente seguivano
i suoi consigli. Purtroppo questo accadeva anche quando la sua opinione
corrispondeva a una palese fesseria. Furono le sue considerazioni
a ritardare di anni l’abolizione di una pessima abitudine dell’esercito
britannico: quella di comprare i gradi più alti. Era stata
introdotta dopo la guerra civile per diminuire i rischi di rivolte
armate, pensando che chi era ricco (e quindi possedeva terreni in
Inghilterra), avesse meno interessi a ribellarsi contro re e governo.
Per fortuna di Wellington e dell’Inghilterra, nessuno, a suo
tempo, ebbe abbastanza sterline da soffiare il posto ad Iron Duke.