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Nelle scorse settimane,
un vasto movimento di opinione, guidato da diverse figure di spicco
del mondo scientifico italiano, fra cui Renato Dulbecco e Margherita
Hack, fece pressione sul ministro della Pubblica Istruzione, Letizia
Moratti, affinché tornasse sui suoi passi e non escludesse
l’insegnamento della teoria darwiniana dal programma delle scuole
elementari, o come altrimenti si chiameranno dopo l’entrata
in vigore della riforma voluta dallo stesso esponente dell’esecutivo.
Detto che si condivide lo scopo di chi ha manifestato il proprio dissenso
e che la signora Moratti bene ha fatto a cambiare idea, qui vogliamo
occuparci della teoria prima esclusa e poi reintegrata e della sua
rivale storica, la teoria creazionista. Trattasi, nello specifico,
di un gioco, di un diletto. Il cui scopo principe non è tanto
quello di decidere per una o per l’altra, ma di confrontarle
alla luce di quello che crediamo essere la scienza.
Innanzitutto una premessa. A sfavore della posizione creazionista,
sta il fatto che essa derivi la sua formulazione dal libro del Genesi.
Questo innanzitutto la fa oggetto di polemiche che mirano a colpire
in essa la religione che la assume nel proprio libro sacro. In secondo
luogo rende ovvio muoverle contro l’accusa di dogmatismo, uno
dei caratteri che la scienza dovrebbe rifiutare con fermezza . Diciamo
che qui la riformuleremo così: dio (uno qualunque) ha creato
il mondo e in esso tutte le specie dei viventi e lo ha fatto per dei
motivi precisi, qualunque essi siano. In questo modo, almeno il primo
dei due problemi viene risolto. A questo punto cominciamo il gioco.
Alla sua nascita, la scienza si poneva in contrasto con la dottrina
aristotelica. Questo, fra l’altro, perché lo stagirita
si proponeva di spiegare perché le cose stiano come stanno.
Mentre i nuovi filosofi della natura si limitavano a spiegare come
stanno le cose . Ebbene, la teoria della creazione si avvicina di
più al maestro del Liceo che alle idee della rivoluzione scientifica.
Perché, più o meno esplicitamente, la domanda circa
la causa (diciamo efficiente, tanto per stare in tema) emerge e trova
la sua risposta in dio. Nel caso specifico del cristianesimo, nell’amore
di Dio. Darwin, dal canto suo, non indica le cause che stanno alla
base dell’evoluzione, o meglio si limita ad individuarne alcune
delle possibili. Ciò che è certo è che il meccanismo
darwiniano dell’evoluzione dei viventi è assolutamente
anormativo. In altre parole casuale. Nulla garantisce la sopravvivenza
dell’individuo migliore e la conseguente trasmissione dei suoi
caratteri genetici. Certo, a parità di condizioni, è
più probabile che sopravviva l’individuo, diciamo così,
più forte. Ma davvero in natura esiste parità di condizioni?
Una frana, un’alluvione, al giorno d’oggi un cacciatore
con fucile a mirino laser, addirittura un fulmine che colpisce in
pieno, sono tutti fattori assolutamente casuali. E non è detto
che colpiscano l’individuo più debole.
Altra questione è la pretesa di spiegare tutto. Si tratta cioè
della possibilità per una teoria di dar conto di tutti i fenomeni,
passati, presenti e futuri. La negazione della quale è alla
base del progresso scientifico. Ebbene, il creazionismo fa proprio
questo. Entro il suo orizzonte, infatti, qualunque nuovo fenomeno,
nello specifico qualunque nuova specie scoperta, trova immediatamente
una collocazione nell’opera creatrice divina. Manca dunque il
valore della controprova, del controesempio. E conseguentemente lo
stimolo a mettere mano alla teoria, anche solo per perfezionarla marginalmente.
L’unico cambiamento consiste nell’affermare che, ebbene
sì, dio ha creato anche questo. A livello scientifico, almeno
in quella corrente di pensiero che fa capo a Karl Popper, il controesempio
ha un valore fondamentale nel dare a una teoria l’attributo
di scientifica. Il che significa: nel momento in cui un fatto contraddice
la teoria, quest’ultima è pronta per il pensionamento.
Ma la prassi scientifica è piena di anomalie. Dove sta, per
fare un esempio calzante, l’anello di congiunzione tra la scimmia
e l’essere umano? Quanto tempo occorrerà aspettare prima
di considerare questa mancanza come un controesempio e abbandonare
il darwinismo? Un ultimo passaggio. La pratica scientifica è
assolutamente conservatrice. Per ragioni di comodità. Perché,
in presenza di una controprova si deve essere costretti ad abbandonare
una teoria finora così feconda, quando si può invece
modificare una delle affermazioni che le fanno da corollario e salvare
l’impianto generale? È questa l’idea duhemiana
della cintura protettiva che circonda ogni teoria. Che rischia però
di degenerare nella difesa a oltranza della teoria stessa mediante
l’elaborazione di infinite ipotesi ad hoc . E che fa capire
come anche chi dovrebbe essere portabandiera del progresso, spesso
e volentieri è un imperterrito conservatore. O, in altre parole,
un dogmatico. Il che rimanda al mittente la seconda delle accuse mosse
al creazionismo di cui si parlava all’inizio. Come a dire, chi
è senza peccato…