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Uno dei sogni più vivi dei bambini, che poi spesso diventa tema principale di molti giochi, è quello di fare l’esploratore o comunque di andare in giro alla scoperta del mondo; sembra essere un desiderio innato, profondo, scritto nel DNA. I bambini vogliono scoprire, imparare con le proprie esperienze cose sempre nuove e farne tesoro una volta diventati ragazzi e poi adulti. Da piccoli ci si limita a sognare, a fantasticare, mentre da grandi si diventa i protagonisti della propria vita portandosi dentro quel fuoco che arde dalla nascita e che alimenta la voglia di conoscere e di scoprire. Così i più fortunati, i più tenaci, i più temerari arrivano a coronare il sogno fanciullesco.
La storia riporta di tanti viaggiatori, più o meno noti al grande pubblico, che nel passare dei secoli non hanno resistito alla spinta istintuale della voglia di scoprire e di sfidare le avversità; esistono e sono esistiti tanti “tipi” di viaggiatori spinti da diverse motivazioni, comunque tutti con un unico obiettivo: viaggiare. Fra queste tipologie mi ha sempre colpito quella dello scienziato-viaggiatore; una figura romantica, sotto certi aspetti, e incredibilmente misteriosa sotto altri. Costui è immerso nelle teorie scientifiche più complesse ed allo stesso tempo sente dentro quell’impulso che lo porterà ad affrontare mille avventure per scoprire direttamente, sperimentare, toccare con mano la realtà, il mistero, il non conosciuto. Ecco, Charles Darwin è stato, secondo me, il più grande scienziato e viaggiatore di tutti i tempi. Nato in Inghilterra nel 1809, all’età di ventidue anni, dopo aver abbandonato gli studi di medicina ed aver intrapreso la carriera ecclesiale controvoglia, riesce ad avere l’opportunità di imbarcarsi come naturalista di bordo sul “Beagle”, un brigantino della Regia Marina Militare Inglese per un viaggio intorno al mondo che sarebbe durato ben cinque anni. Il giovane Darwin, appassionatosi alle scienze naturali, si oppone duramente ai divieti familiari in merito al viaggio, e così il 27 dicembre 1831 salpa da Davonport per quello che sarebbe stato il viaggio che avrebbe cambiato le sorti non solo della sua vita ma delle scienze naturali in generale. Darwin sa che sta vivendo il suo grande momento …non senza problemi: primo fra tutti il mal di mare, causa di frequentissime sofferenze! Sin dall’inizio il naturalista inglese scrive un diario con tutte le sue riflessioni ed esperienze, oltre logicamente a tutti gli scritti di carattere strettamente scientifico redatti di volta in volta nelle varie tappe, che poi utilizzerà per i successivi lavori dopo essere rientrato in patria. Ora immaginate cosa possa esser stata la sua vita durante questi cinque anni: oltre ai vari problemi di bordo aggiungete anche i problemi di accoglienza da parte delle popolazioni locali nelle varie tappe (come ad esempio a Tenerife, nelle Isole Canarie, dove l’equipaggio è costretto a rimanere a bordo perché sospettato dalle autorità locali di essere contagiato dal colera) e portare avanti comunque tutte le ricerche e le annotazioni scientifiche (dalla morfologia dei territori agli studi su piante ed animali). Dopo aver attraversato l’Oceano Atlantico, aver circumnavigato il Sudamerica, aver solcato il Pacifico, raggiunto le coste della Nuova Zelanda, dell’Australia, e del Sud Africa, il 2 ottobre del 1836 Darwin fa ritorno nel porto di Falmouth in Inghilterra.
Un grande viaggio si è concluso, portando con sé un’altrettanto grande rivoluzione scientifica; ma, tralasciando la grandiosità dell’evento in sé, cosa sarà rimasto nella mente del Signor Charles Darwin? Quali ricordi? Quali emozioni? Cosa avrà provato ogni volta che avrà ricordato le notti trascorse in balia delle onde nel mezzo di un oceano? Posso dirvi soltanto che appena rientrato in Inghilterra il ventisettenne naturalista si sposa e si stabilisce in campagna, a Down, conducendo una vita sedentaria a causa di un precario stato di salute dovuto ad una malattia tropicale da cui era stato colpito in viaggio. Dopo cinque anni di viaggio mi ha fatto riflettere, in Darwin, la necessità di sposarsi, di stabilirsi, di sentirsi a casa; e sì cari amici: ogni viaggio presuppone una partenza …ed un ritorno a casa; casa intesa come ripristino delle condizioni di normalità, della routine quotidiana, delle abitudini e di un minimo di sicurezza. Penso a quegli uomini che sono andati sulla Luna, che hanno scalato montagne altissime, che vanno ai Poli a fare ricerche climatologiche …e poi, se tutto va bene, tornano a casa. Il fuoco di cui parlavo all’inizio si affievolisce, non si spegne, e necessita di tranquillità, di una dimora, per rinvigorirsi ancora, riscaldare l’animo di un uomo, fargli fare altri progetti, con cura, e poi ripartire ancora. O forse no??? Ecco vorrei lasciarvi con una citazione di Marcel Proust, perché mi piacerebbe far rivedere il fuoco della voglia della conoscenza e della scoperta che arde in ognuno di noi, a chi crede di non averlo mai avuto o forse di averlo definitivamente perso. Dice così: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.