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Mala tempora currunt.
Così dicevano gli antichi per rappresentare le difficoltà
dei tempi presenti. Un’espressione che, fuor di retorica, risulta
calzante anche per descrivere questo primo scorcio di terzo millennio.
E’ cominciato tutto tra New York e Washington, in un’assolata
mattina dell’11 settembre di tre anni fa. O almeno, a partire
da uno dei giorni più lunghi della storia americana, tutto
quanto è venuto alla luce. Prima di quella data, tutto si muoveva
al riparo da interessi mediatici, persa fra memorandum e rapporti
dei servizi segreti. Volendo procedere ancora a ritroso, tutto affonda
in un tempo in cui i nemici di oggi erano i migliori alleati, nella
guerra fortunatamente mai scoppiata in tutta la sua potenza distruttiva,
contro il pericolo in agguato da Est. E dopo quell’11 settembre
tutto questo ha avuto finalmente un nome e un cognome: guerra al terrorismo.
Una guerra anomala, mai vista prima, in cui non solo le vittime sono
(soprattutto) civili, ma in cui il nemico dell’Occidente non
indossa divise, ma si nasconde sotto gli abiti civili di uomini, donne
e in qualche dannato caso, bambini, che combattono nell’unica
maniera per loro possibile: facendosi saltare per aria. Una guerra
infame, perché sempre di più porta a farsi considerare
come lo scontro epocale tra la civiltà giudaico-cristiana e
quella islamica, dove la religione diviene unico elemento caratterizzante
le due forze in conflitto. E almeno non in tutti i casi è così.
Una guerra inerme, perché anche se combattuta, da chi le possiede,
con le armi più sofisticate, non porta a una sconfitta definitiva
dell’avversario. Anzi, ogni vittoria salutata dall’Occidente
rischia di trasformarsi in un boomerang, dando sempre maggiori ragioni
a chi combatte sull’altro fronte di scegliere la via di quello
che considerano un martirio. E’ una guerra, questo sì,
che si combatte giorno per giorno, anche su un fronte che potremmo
definire interno. Una guerra che non si vince con le armi, ma che
si configura come una battaglia culturale.
A questo punto occorre una precisazione. Leggere ciò che scrive
Oriana Fallaci fa male. Ma fa male nel senso più positivo della
parola. Fa male perché smuove. E anche quando non arriva a
questo punto, costringe comunque a riflettere. Non è poco.
Ho letto “La forza della Ragione”. Mi ha fatto male, mi
ha smosso. Davvero non riuscivo a trovare la forza per dire “No,
questa volta hai torto”. Solo due cose. Non mi piace stilare
una classifica delle culture, dire questa è meglio di quest’altra.
Si tratta di entità dai confini troppo spesso così frastagliati
e indecifrabili che un confronto risulta impossibile. Inoltre il compilatore
di questa classifica non può non risentire del punto di vista
culturale da cui decide chi sia meglio di chi. L’altra questione
riguarda il fatto, di cui sono convinto alla follia, che queste culture
a confronto non siano assolutamente omogenee al loro interno. Sono
sicuro che esistano musulmani moderati e, indignatevi pure, che esistano
cristiani ed ebrei integralisti. Questi due aspetti mi distinguono
dal pensiero di Oriana Fallaci. Lo dico con l’umiltà
di chi non è che un misero lettore con l’hobby della
scrittura.
Torniamo indietro. Parlavo di battaglia culturale. Questa guerra si
vince aggrappandoci e difendendo allo stremo la nostra quotidianità,
quella tranquillità relativa conquistata dopo secoli di spargimenti
di sangue, di lotte fratricide. Si vince aggrappandoci alle radici
della nostra cultura, poco importa se riteniamo che si trovino in
Platone piuttosto che in Hegel, in Gesù Cristo piuttosto che
in Galileo Galilei. Ed è una guerra che non devono combattere
artiglieri e fanteria, ma che ogni uomo Occidentale è chiamato
ad affrontare. Una guerra che si vince anche festeggiando il capodanno
a Time Square, con annessa proposta di matrimonio in mondovisione.
Non potrà che dirvi di sì.