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L’occasione
per questo articolo è fiorita da una buffa circostanza. Qualche
giorno fa mi piomba una zia in casa, una di quelle che non vedo spesso,
e scattano quelle insidiose domande di circostanza, fra cui: “e
tu cosa fai adesso? Studi?” Al che io, sospirando e chinando
il capo al giogo del tenebroso Fato: “Sì, zia.”
Occhi acuti, da rapace, che mi inchiodano: “Che cosa?”
Ecco, lo sapevo che lo avrebbe chiesto! Mi sa che mi è affiorato
la tipica espressione di chi ha appena accidentalmente ingoiato una
saponetta: “ Filosofia.” Un attimo di gelo sul salotto,
un silenzio strisciante, poi la risposta della zia: “Ahhh, materia
difficile.” Ossia: non ho la più pallida idea di che
cosa sia, fra poco ti chiederò delucidazioni per la trentesima
volta. E io che mi do alla fuga con le scuse più ignobili:
devo dare il fertilizzante al bonsai e nutrire il paguro. Perché,
chi fa filosofia lo sa, non si può parlar di filosofia a chi
non accetta di farla; o, per dirla in maniera meno dignitosa per i
filosofi: i problemi filosofici esistono solo per quelli che filosofano
– parola di Wittgenstein!
Da qui sono partite le mie riflessioni. Rifugiatomi in camera mia,
getto un’occhiata sulla scrivania: in cima alla canonica pila
di libri in fase di lettura, brilla Gita al Faro di Virginia Woolf.
Di che posso scrivere per il buon direttore sulla cultura e il dialogo?
Di questo: che per mia zia la Woolf e la filosofia non esistono e
per me la Woolf e la filosofia esistono più di mia zia.

Virginia Woolf
E qui
mi lascio sprofondare nella mia comoda poltrona da meditazione, carico
la pipa, e mi perdo fra le volute di fumo e di pensiero. Mi venite
dietro? Temo non sarà un percorso molto lineare.
Tutto il nocciolo dell’articolo è contenuto qui, nel
peculiare tipo di esistenza di cui godono i prodotti dello spirito
umano e della cultura.
Vi sono persone, parecchie per dire il vero, per le quali le lande
dello spirito sono letteralmente inesistenti – arte, filosofia,
letteratura, diritto e formazioni politiche, usanze e religioni. La
cosa strana è che invece per quelli che ci abitano in questi
territori, è qui che è dato trovare ciò che è
specificamente umano.
L’umanità non è una razza fra le altre, una varietà
del regno animale.
E’ anche questo, ma soprattutto è cultura, è ciò
che è stato forgiato nel corso dei secoli, è storia.
Questo vuol dire umanità: i monumenti che si levano dalle ceneri
di un passato che, nonostante secoli e secoli, continuano a palpitare;
parole vecchie di millenni che ancora oggi intessono le loro narrazioni
e ci affascinano; dipinti che ci guardano fissi nella loro eternità,
ammonendoci; atti che si perdono nella leggenda che continuano ad
ispirare le nuove generazioni.
Ognuno di noi vive la sua vita, pensa al suo lavoro, alla sua famiglia,
ai suoi amori e ai suoi passatempi. Ma quando si entra nell’antico
santuario della cultura, qualcosa cambia. Perlomeno, io sento che
qualcosa cambia. E’ come se mi lasciassi alle spalle la mia
vita personale che, inevitabilmente, scolorirà col tempo, dimenticata.
Forse la mia esistenza affonderà nell’oblio, ma qualcosa
rimane, ad ogni anno qualcosa viene conservato, una tradizione continua
legando l’umanità in un’unica catena dorata. La
visione si fa più ampia, gli interessi personale vengono accantonati;
ciò che rimane è l’immagine di un’umanità
in cammino, che dalle nebbie perdute del paleolitico prosegue verso
una meta ignota, a volte perdendosi, a volte ritrovandosi. Un’umanità
unita, unica nella sua infinita varietà – ogni paese,
ogni epoca, ogni popolo col suo specifico modo di intendere e realizzare
l’essere umano.
Ciò che costituisce questo patrimonio, la civiltà umana,
non sono però degli esseri umani singoli. Certo, Virginia Woolf
ha un suo posto di spicco nella civiltà – ma non in quanto
specifica donna. Piuttosto è come se tutta la sua vita fosse
compressa in pochi frammenti, come se venisse compressa fino a diventare
un diamante o i suoi anni attendessero pazienti come resina di tramutarsi
in un pezzo d’ambra. E questo magico prodotto non è il
risultato solo della donna Virginia Woolf, ma di tutte le persone
che aveva attorno, dei suoi famigliari, di suo marito, dei suoi amici,
della Londra del tempo, dei suoi circoli letterari, delle persone
che incontrava per strada e così via, allargando la cerchia
fino ad abbracciare tutta l’umanità.
Una delle differenze essenziali fra noi e gli animali è il
rapporto fra la specie e l’individuo. Gli animali hanno essenzialmente
un’esistenza collettiva, le differenze individuali ci sono,
ma non sono così marcate e ciò che interessa è
la sopravvivenza della specie, perché questa è l’ottica
di Madre Natura. Per l’uomo tutto è diverso: ogni neonato
che viene alla luce porta all’umanità qualcosa di nuovo,
unico, potenzialmente irripetibile. In tutti traluce questa individualità
– qualcuno riesce a farla sviluppare, altri tendono a perderla
nella dimensione collettiva. Essere uomini è una sfida, non
un dono.
Ma non si può essere individui da soli. Ci servono gli altri,
ci serve un posto nel cosmo e fra i nostri simili. Solo così
possiamo cogliere la sfida e inserirci come individui – e non
come parte di una massa amorfa – all’interno di un’umanità
che respira in grande. Non serve avere cultura per essere individui,
si può essere persone eccezionali ed ammirevoli anche con un
discreto grado di ignoranza. Ma ciò che resta dell’umanità,
anche di queste persone speciali è proprio ciò che fluisce
nella cultura, ciò che viene registrato nella storia, nella
letteratura, nell’arte e via dicendo.
La Woolf è qualcosa che per me c’è, nel senso
più forte concepibile, è presente – più
esistente di molte persone reali. E’ un punto stabile, un riferimento,
una fiaccola – tutto il resto può ondeggiare, posso affondare
in una crisi esistenziale e perdere il senso di quel che faccio, ma
queste figure che si stagliano sono sempre lì, con la loro
luce, vive eternamente, pronte a consigliare, guidare, criticare,
commuovere e a insegnarci ad amare noi stessi e gli altri.
Avrei voluto scrivere un articolo più chiaro, ma forse non
era neppure desiderabile. Spero solo che anche le contraddizioni presenti
qui stimolino qualcuno a pensare da sé, a superarle per cercare
ciò che per sé vuol dire essere uomini e far parte dell’umanità.